Anche i freelance nel loro piccolo sono timidi – Il mio primo Freelancecamp

freelancecamp - porta

Avevo sentito parlare del Freelancecamp quando non mi era mai neanche passata per l’anticamera del cervello l’idea di aprire una partita IVA.
D’altronde, non aver mai sentito parlare del Freelancecamp è un po’ come non aver mai sentito parlare del Festival di San Remo.
Impossibile.

L’anno scorso, all’epoca del Freelancecamp la mia partita IVA era già nata, ma io ero ancora troppo “implume e spaesata” per partecipare (rubo le parole dal post di Elena Augelli, perché ha descritto con una brevità disarmante esattamente come mi sentivo lo scorso anno).

Quest’anno, quando invece morivo dalla voglia di partecipare per poter finalmente avere la dimostrazione che il mondo è pieno di freelance, ho fatto quasi di tutto per perdermelo: non trovavo i biglietti, non trovavo da dormire e non sapevo come andare.
Ma questo è il bello del web: nel gruppo Facebook del Freelancecamp ho trovato un biglietto da chi non poteva venire, ho scovato un posto letto su AirBnB e ho anche trovato un passaggio in auto da alcune ragazze della Rete al Femminile di Torino.
La tempesta perfetta che mi ha permesso di esserci.

E ho scoperto una cosa sconvolgente: anche i freelance, nel loro piccolo, sono timidi.

Io mi aspettavo bagni di folla, chiacchiere e drink con perfetti sconosciuti e volti noti.
Invece, complice il fatto che la prima timida in queste situazioni sono io, ho faticato un po’ a trovare la mia dimensione. Ma alla fine, grazie a qualche birretta, ad una cena provvidenziale organizzata sul web e ad un po’ di sano facciaculismo (non mio, beninteso), sono riuscita a conoscere altre persone che, come me, erano al loro primo Freelancecamp.

Da lì è stato tutto in discesa: godersi la vita da spiaggia del Boca Barranca, confrontarsi su problematiche comuni e scambiarsi opinioni, seguire insieme gli speech e discutere delle nostre impressioni ed idee.

freelancecamp - direzione

 

Ecco, in soldoni, le 10 cose che mi sono portata a casa:

  1.  Non sono sola: il mondo è pieno di freelance, anche dove meno te lo aspetti, persino a ricoprire ruoli di responsabilità in organizzazioni ed aziende (e questa scoperta mi farà sentire meno sola ogni singolo giorno, da ora in poi)
  2. Guardare il cellulare come prima cosa appena aperti gli occhi NO BUONO (ci sto lavorando, anche se la vedo dura)
    [non si è detto nulla sull’ultima cosa fatta la sera, quindi su quello mi sento a posto con la coscienza]
  3. È fondamentale riconoscere i primi segnali di un possibile esaurimento, fermarsi e chiedersi “ehi, ne vale la pena?” (spoiler alert: la risposta è sempre no, qualsiasi sia il vostro mestiere) e correre ai ripari.
  4. LinkedIn LinkedIn LinkedIn: usarlo bene è possibile, ma bisogna mettercisi d’impegno, togliere la parola “freelance” dal proprio profilo ed essere educati con i recruiter (e non solo con loro e non solo su LinkedIn)
  5. Sono una slashworker! Sapevo di essere “una che fa diverse robe”, ma non sapevo che esistesse un’etichetta per “quelli come me”. Ehi, non sono sola (vedi punto 1)
  6. Ci va poco per rendere il proprio spazio di lavoro uno spazio ospitale, che aiuti la produttività. When in doubt, stile scandinavo e piante, e non sbagli mai.
  7. Il freelance può avere un cliente fisso (Ehi, non sono sola, vedi punto 1): se lo coccoli e lo tieni a bada allo stesso tempo sei a posto. Un po’ come un cane, o un Gremlin (in quel caso, non dategli da mangiare dopo la mezzanotte).
  8. Negoziazione, negoziazione, negoziazione.
  9. I podcast sono una cosa fichissima: non solo non sono morti, ma si sentono ancora piuttosto  bene. L’ho imparato grazie alla mia compagna di viaggio Audra che tiene un podcast meraviglioso sul lavoro da casa e grazie a tutti gli spunti che ho raccolti nei giorni del camp e dopo (spoiler alert: il prossimo post sarà proprio sui podcast imperdibili)
    LAST BUT NOT LEAST
  10. Anche i freelance, nel loro piccolo, sono timidi. Al prossimo Freelancecamp mi riprometto di esserlo meno e mi assumo un impegno solenne: prendere l’iniziativa e andare a conoscere una persona al suo primo camp. Non so chi o cosa sarò io l’anno prossimo, ma ci sono buone probabilità che lui/lei sarà più “implume e spaesato” di me.
    Mi ricorderò di dirgli “ehi, non sei solo”