Ho voluto giocare con il titolo di una famosissima canzone dei Beatles per riflettere su quanto i freebie siano davvero contenuti gratuiti.
Lascio la risposta che mi sono data ad un proverbio russo
“Бесплатный сыр бывает только в мышеловке”
Solo nella trappola per topi il formaggio è gratis.
che in mezza riga riassume, come solo i proverbi sanno fare, il concetto che nulla nella vita è gratis, a meno che non nasconda una fregatura.
Ovviamente e volutamente esagero, perché i freebie non sono necessariamente delle fregature, ma vero è che “quei cosi universalmente noto come freebie” (freebie = omaggio) in realtà gratis non lo siano poi per davvero.
Questo perché chiunque offra un freebie in realtà vi sta chiedendo qualcosa in cambio, che sia l’iscrizione ad una newsletter, un follow, una condivisione o un tag nelle stories su Instagram.

Freebie: mettiamo l’accento su quel che conta
Non c’è nulla di male a chiedere qualcosa in cambio di un contenuto: il do ut des è letteralmente vecchio quanto il mondo, ma secondo me è necessario mettere l’accento su due aspetti fondamentali:
- La trasparenza: da una parte quella a cui ho appena accennato “ok, è un freebie perché non lo paghi, ma ti sto chiedendo di fare qualcosa per me”, ma anche “se ti chiedo un dato -ad esempio un indirizzo mail- ti dico cosa ne farò” (salutiamo tutti insieme il GDPR).
- Il valore del contenuto: visto che il contenuto gratis “tira”, c’è chi prova a sparare nel mucchio, offrendo freebie scadenti, a volte anche molto scadenti, praticamente dei copia e incolla raffazzonati che non servono a nulla e a nessuno.
Freebie: usare con cautela
Posto che non c’è nulla di male ad offrire un contenuto gratuito in cambio di un’azione e dando per scontato di essere trasparenti e di offrire contenuti di valore per le persone che vi seguono, bisogna fare attenzione a due cose con i nostri freebie:
- Misuriamo il ritorno del freebie in termini di crescita: avete guadagnato Xmila follower grazie ad un fighissimo freebie, ma quei follower rimangono nel tempo oppure acchiappano il malloppo e fuggono via?
- E se restano (YAY!), quei follower diventano qualcosa di più di un “vanity number” o no? Detto in soldoni, comprano? O, per essere meno veniali, entrano a far parte stabilmente della vostra community e diventano soggetti interessanti con cui intrattenere relazioni?
Vi faccio però un invito, da qualsiasi parte della “barricata” del freebie voi siate: utilizzate un po’ di sano spirito critico. Selezionate i freebie che può valere la pena ricevere (perché di valore e fatti/comunicati in modo trasparente) e proponete solo freebie da cui qualcuno potrebbe trarre qualcosa di utile, possibilmente senza chiedere in cambio un elenco di azioni che farebbero impallidire le 12 fatiche di Asterix.
Sennò, desisti (cit.)

I cugini dei freebie su Instagram
I freebie sono un fenomeno assolutamente trasversale, ma è innegabile che su Instagram siano particolarmente diffusi, insieme ad altri loro “cugini“, diversi, ma in qualche modo imparentati da un obiettivo comune. Sono infatti mezzi, sempre leciti (non automatismi puniti da Instagram), che vengono utilizzati per aumentare il proprio seguito o, più semplicemente, le visite al proprio profilo Instagram.

Post interattivi
Questa definizione mi fa un po’ sorridere, perché nella mia visione del mondo social tutti i post sono sempre per definizione interattivi, cioè hanno come fine l’interazione da parte del pubblico. L’interazione infatti rimane uno degli elementi fondamentali non solo per il successo su Instagram, ma soprattutto per la creazione di quelle relazioni che sono alla base della natura stessa dei social network.
Fatta questa doverosa premessa, si intendono come “post interattivi” quelli in cui si insiste sulla interazione del pubblico, promettendo qualcosa in cambio, che di solito è un boost di visite/like/commenti.
Come è possibile? Questo avviene spesso quando un profilo con un largo seguito chiede in un suo post che tutte le persone che commentano con una determinata frase vadano a vedere i profili di tutti gli altri “commentatori” e scelgano la loro foto preferita su ogni profilo, lasciando un like e/o un commento alla stessa.
C’è qualcosa di male? Ovviamente no, ma non ci “guadagna” solo chi commenta: molta visibilità va anche a chi ha lanciato l’iniziativa (a cui spesso si chiede di dare risalto con condivisioni nelle stories e tag), che ottiene così risultati senza fare grosso sforzo. Il lato negativo, per chi partecipa, è che spesso questi boost sono effimeri: non portano cioè ad un aumento di follower e di interesse reale e duraturo, ma solo ad un picco senza grande seguito.
I post veramente interattivi, secondo me, sono quelli in cui si sollecita un’interazione interna alla community nei commenti ad un post, come per esempio accade con la scrittura di testi (racconti, fiabe o altro) condivisi, dove l’interazione è davvero costruttiva e, spesso, porta a relazioni e risultati a lungo termine.
Gruppi di scambio like/follow
C’è qualcosa di illecito nello scambiarsi like, commenti e follow all’interno di un gruppo? Sulla carta no, ma lo stesso mi lascia perplessa l’idea di farne parte, sebbene non mi stia riferendo a quei POD da migliaia di utenti che somigliano più ad una setta, dove sai che verrai defenestrato se osi contraddire il Grande Capo.
Non c’è nulla di illecito, ma io credo in un utilizzo dei social sincero, in cui le nostre azioni siano mosse da un vero apprezzamento, dalla ricerca di nuovi contatti di valore e dall’obiettivo di costruire delle community guidate dalla “corrispondenza di amorosi sensi“.
Di conseguenza, essere obbligati a mettere un like o un commento a qualsiasi contenuto (anche non di mio gradimento) pubblicato da un numero più o meno grande di persone semplicemente non rientra nella mia visione.
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