È nato prima Instagram o la nostra comunicazione?

Un mesetto fa su Instagram mi sono imbattuta in un post di Lisa Congdon, artista e illustratrice statunitense, che mi ha fatto molto riflettere e che potrebbe essere riassunto con un semi proverbiale “è nato prima Instagram o la nostra comunicazione?
(Visto che è solo semi-proverbiale, quella che nel proverbio è una gallina qui nella foto si è trasformata in papera)

Nel post (che vi lascio in fondo in appendice 2, se volete leggerlo), la Congdon comincia con una presa di coscienza: Instagram ha avuto un ruolo importante per la sua attività (che lei stessa definisce “Instagram friendly“, per l’alto impatto visivo delle sue illustrazioni e dei prodotti che ne sono tratti).

Nello specifico, dice, Instagram le ha permesso di:

  • costruirsi un seguito
  • intessere relazioni
  • rafforzare il suo brand
  • trovare un luogo in cui essere se stessa e condividere la propria storia
  • attrarre persone e clienti affini

Poi però Instagram è cambiato, ha dato sempre maggior risalto ai contenuti video e all’intrattenimento, aspetti con i quali la Congdon non vuole scendere a patti, perché significherebbe uno snaturamento della propria indole e della propria comunicazione al solo scopo di guadagnare visualizzazioni.

I contenuti sono conversazioni

i contenuti sono conversazioni

Io sono convinta che i contenuti siano conversazioni.

Conversazioni non solo generate fra chi produce il contenuto e il suo pubblico, ma anche in senso più allargato. Quando ho letto il post di Lisa Congdon, infatti, ho subito pensato che fosse un buon punto di partenza per riflettere su temi importanti per chi vive Instagram quotidianamente.

Quindi ho lanciato il sasso nelle mie Instagram Stories, e sono stata letteralmente travolta dalle risposte di chi mi segue: tanti punti di vista diversi, ma anche tante considerazioni comuni. Le riporto qui sotto.

  • facile dire “non mi piego ai dettami di Instagram” quando si ha già una fan base numerosa e solida, è molto più difficile per i piccoli.
  • la tendenza all’intrattenimento è scoraggiante, a volte ne va del contenuto stesso e della credibilità del creator (una domanda molto comune è stata: “abbiamo davvero bisogno di professionisti che nei Reels fanno balletti indicando parole chiave?”).
  • c’è una responsabilità anche da parte degli esperti di comunicazioni, che a volte suggeriscono di “puntare sul trend”, anche quando non è coerente con la comunicazione che viene portata avanti.
  • se i social mutano e ne nascono nuovi trend è perché mutano i gusti delle persone che abitano quei social, quindi anche noi che li viviamo dobbiamo in qualche modo adattarci al cambiamento, altrimenti se vogliamo dettare le nostre leggi ci sono sempre i canali proprietari.
  • e se fossimo noi ad essere diventati meno permeabili ai cambiamenti per età (non solo anagrafica, ma per età di permanenza sul social) ed abitudini?

Su tutto domina una domanda: sono i social ad imporsi con i loro trend o siamo noi che sposiamo il trend del momento per evitare di impegnarci a trovare all’interno degli strumenti che usiamo un modo per esprimere ciò che abbiamo da dire in maniera nostra, originale?

È nato prima Instagram o la nostra comunicazione?

è nato prima Instagram o la nostra comunicazione

Alla domanda “ma è nato prima ciò che vuole Instagram o la nostra comunicazione?” la mia risposta è e sempre sarà “la nostra comunicazione”.

Ciò che domina sono i contenuti, mentre i social (o le newsletter, i blog, ecc…) sono strumenti per trasmettere ciò che abbiamo da dire al nostro pubblico. Ovviamente, quando decido di aderire ad una piattaforma devo sottostare a delle regole di comportamento e a dei paletti imposti sulle tipologie di contenuto e sui loro formati, al netto di questo non può essere il social network (o altro strumento) ad imporsi su di noi, dobbiamo essere noi a credere così tanto nei nostri contenuti da farci guidare da loro, da trovare una strada adatta (a loro e a noi) per veicolarli.

La ricerca di questa originalità, di questa coerenza, è faticosa: più facile è forse aderire all’omologazione del trend (e non è un caso se la parola “trend” in chi ha lasciato il suo pensiero è sempre andata di pari passo con la parola “Reels” che, degni derivati di TikTok, hanno nella copia e nella challenge due elementi importanti del loro essere), ma a che prezzo? Il proprio imbarazzo? Tempo sprecato per fare qualcosa in cui non si crede davvero e per giunta magari anche inutile per chi ci segue?

Conoscere, prima di utilizzare

Io sono sempre dell’idea che gli strumenti siano da conoscere e da mettere alla prova, per comprenderli, per testare se possano fare al caso nostro, per non utilizzarli bovinamente, anche se ci fanno sentire “la copia di mille riassunti” o, addirittura, non a nostro agio. Non è la prima volta che leggete parole simili, avevo già fatto un discorso di questo genere sull’annosa questione di mettere la faccia nelle Instagram Stories.

Quando nell’affrontare un nuovo strumento ci siano incomprensioni dal punto di vista tecnico, allora ci si può informare/formare, ma se il problema è a monte e sta nel rapporto con lo strumento stesso, allora sarà necessario cercare altre strade per raggiungere il nostro pubblico con i nostri contenuti. Che è ciò che dice Lisa Congdon in chiusura di quel post da cui tutto è partito: lei non dice “Instagram è brutto e cattivo e allora non lo faccio più amico“, dice che cercherà dei modi per parlare con il suo pubblico, la sua community, in modo da continuare ad essere autentica.

Questo, come già dicevo a proposito delle stories parlate, è il vero nodo della questione: trovare qualcosa che funzioni per noi e per il nostro pubblico, qualcosa che renda onore alla nostra voce.
Ci sono dei confini, negli strumenti che utilizziamo, ma entro quei confini sta a noi trovare il nostro spazio (ricordandoci che, quando parliamo di social, quello spazio è nostro sempre fino ad un certo punto – qualche tempo fa avevo scritto una newsletter sull’importanza dei canali proprietari, se volete recuperarla), il modo di far emergere la nostra voce, sempre per tenere fede a noi stessi, alla nostra autenticità, che è di per se stessa un obiettivo degno di essere perseguito, anzi, forse il più degno di tutti.

Appendice 1

Sull’autenticità, non c’è nulla di meglio che guardare la scena del monologo di Agrado tratta da “Tutto su mia madre” di Pedro Almodovar

Appendice 2

Il post da cui tutto ha avuto inizio


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